Pagare per giocare a calcio

Pagare per giocare a calcio: il paradosso tutto italiano

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Pagare per giocare a calcio, si tratta di una situazione bizzarra e assurda che vede come protagonista negativo il calcio italiano. Un retroscena, che coinvolge soprattutto il mondo dilettantistico e giovanile, che fa rabbrividire. Una triste realtà, insomma, che denota il fallimento di un intero sistema. Accade spesso, dunque, che il giocatore che porta lo “sponsor” o sborsa ad avidi dirigenti o presidenti una corposa cifra (quasi sempre in nero), ottiene un contratto in barba all’etica e alla meritocrazia. Uno scenario sicuramente squallido e inquietante.

Certamente colpa di procuratori e manager disonesti, ma anche di genitori i quali davanti alle prospettiva di carriera dei loro figli perdono completamente il senso dell’obiettività. In questo modo si lucra sui sogni e sulla passione di migliaia di ragazzi. E, ovviamente, si fa del male al calcio italiano in termini di credibilità, correttezza e talento.

QUANTO COSTA GIOCARE A CALCIO?

Pagare per giocare a calcio

Pagare per giocare a calcio: ecco l’ultima, triste, frontiera del sistema calcistico italiano. In tanti in passato hanno denunciato questo modus operandi perverso ma radicato che raramente però il tribunale disciplinare della Figc aveva cercato di debellare emettendo sentenze per punire e smascherare questo tipo di pratica sleale. Tuttavia, una prima svolta, in tal senso, è arrivata nel 2015 con la condanna di Ercole De Nicola a dieci mesi di inibizione. Si tratta dell’ex direttore sportivo dell’Aquila Calcio ed elemento di spicco nell’inchiesta Dirty Soccer. Il dirigente aveva preteso e intascato dalla famiglia di un giovane calciatore albanese la somma di 35.000 euro a seguito di una falsa promessa di tesseramento. Esistono, purtroppo, migliaia di casi analoghi.

Dai piccoli campi di provincia a quelli delle grandi metropoli. Dai settori giovanili a squadre militanti anche in Serie C. Alcuni pagano per giocare a calcio e altri sono truffati per non giocare. Il sistema corrotto sta lentamente emergendo. Per il calcio italiano si tratta dell’ennesima piaga da combattere e sconfiggere.

Per molti ragazzini diventare un calciatore è un sogno, un desiderio da realizzare attraverso sudore e fatica. Alcuni, poi, sono disposti ad aggiungere all’impegno e al talento (laddove ci sia) anche qualche incentivo economico. Un caso eclatante è quello di Antoine Viterale, classe 1996 figlio di un manager di un grande hotel di Singapore. Il ragazzo ha raccolto diverse presenze nei settori giovanili di Espanyol, Lugano, Chievo e Verona. Insomma, tutte squadre di livello importante. Il ragazzo, uomo immagine dello sponsor JetCoin, portava con se una dote pari anche a 250 mila euro per giocare ed esporre il proprio marchio sulle divise del club. Una pratica illegale ed eticamente scorretta. Da considerare ormai alla stregua di una prassi consolidata in specifici ambienti e determinate società. Pagare per giocare a calcio non è, purtroppo, una folle congettura.

PAGARE PER FARE IL CALCIATORE: C’È CHI SI RIBELLA

Pagare per giocare a calcio

C’è anche chi si ribella a tale scempio. Ad esempio il Pavia in seguito alle numerose pressioni da parte dei genitori di alcuni calciatori. Oppure il Gallipoli che ha denunciato un proprio giocatore che offriva denaro per giocare tra i titolari. Ma c’è anche chi è stato travolto soprattutto mentalmente da questo squallido sistema e ha deciso di mollare. Ci riferiamo al portiere classe 1993 Andrea Ghislanzoni. Numero uno per qualche mese in Serie C nella Giana Erminio, ma ritrovatosi a spasso senza una squadra disposta a tesserarlo se non dietro pagamento di un contributo economico. Ecco un estratto del suo messaggio di addio: “Il calcio è marcio. La meritocrazia non esiste. Il valore vero passa in secondo piano e in alcune circostanze, se con te non hai qualche soldo da portare hai la porta sbattuta in faccia”.

Sulla questione, una vera e propria vergogna per il calcio italiano, sono intervenuti anche ex calciatori importanti. Ci riferiamo, ad esempio, a Simone Tiribocchi il quale ha dichiarato: “Arrivano dei procuratori e ti dicono “questo mio ragazzo deve giocare” e ti danno 30.000 euro. O alcuni allenatori che pagano 40.000 euro per essere assunti. Poi ci si chiede come mai l’Italia non va ai Mondiali”. Anche Simone Perrotta è intervenuto a proposito: “Le famiglie sono disposte a pagare un’illusione: ma se devi mettere dei soldi per far giocare tuo figlio, capisci già che non ha un futuro”.

Pagare per giocare a calcio. Ormai, il vaso di Pandora è stato scoperchiato. La speranza è quella che gli addetti ai lavori (quelli onesti e competenti) facciano quadrato, fino a debellare tutto questo malaffare, ormai ramificato in modo molto serio e pericoloso che non fa il bene di nessuno: nè dei ragazzi nè tanto meno del mondo del pallone.

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